venerdì 27 marzo 2015

VI - Il diritto al bovarismo

Anche quando si parla di libri, un semplice tweet può scatenare reazioni a catena. Naturalmente sto parlando della risposta che J.K: Rowling ha dato in questi giorni a una fan su twitter che domandava come mai, leggendo i libri di Harry Potter, non trasparisse che Silente era gay (nel 2007 l'autrice l'aveva rivelato tale). La risposta è stata semplice e saggia: "forse perchè i gay sembrano solo...persone?"
Tralasciando la controversia che si è scatenata, mi piace pensare a quanto possiamo amare i personaggi letterari, quali emozioni possono generare, a come possiamo affezionarci. Durante il processo a Flaubert, per oltraggio alla morale a causa del suo "Madame Bovary", esso si difese affermando: "Madame Bovary c'est moi", volendo dire che lui stesso era la principale ispirazione del romanzo tanto contestato. E dal suo romanzo, tanto sentito, nacque l'idea di bovarismo, ovvero del piacere e della fortissima immedesimazione che si può avere durante la lettura, a tal punto da considerarla una fuga dalla realtà. Ma sfido qualsiasi lettore a dire di non essere mai entrato a tal punto in un libro da sentirlo in modo così intenso da desiderare protestare con lo scrittore stesso, in completo disaccordo con lui, decisi a dire la nostra in difesa o contro qualche personaggio. Ricordo l'ira che ho provato leggendo "I dolori del giovane Werther" di Gohete. Oltre a considerare il protagonista uno psicopatico, trovavo Lotte, descritta sempre con delicatezza e gentilezza, una gran zoccola. Sì, lasciatemi la libertà di dire anche questo. Perchè se da un punto di vista accademico tale affermazione è blasfema, come lettore ho il diritto di esprimerla. E ben vengano ogni sorta di analisi, per quanto dettate solo dal cuore e non dalla filologia, desiderosi di essere, anche se lettori, parte integrante del libro: è questo che ci garantisce che la passione per la lettura esiste.

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