lunedì 16 febbraio 2015

III. Il diritto di non finire un libro




Inizio, con questo post, a riunire in un tag i diritti del lettore scritti da Daniel Pennac, partendo dalle mie esperienze personali. Proprio oggi ho esercitato quel diritto, inviso ai lettori puristi, di non terminare un libro. Mi ero buttato a capofitto in "Il libro segreto di Shakespeare" di John Underwood (pseudonimo dello sceneggiatore Gene Ayres), un thriller avventuroso basato sui dubbi storici riguardo l'identità di Shakespeare e la paternità delle sue opere. Certamente spulcerò per trovare i riferimenti storici che andavo cercando (VIII. Il diritto di spizzicare), ma dopo le prime cinquanta pagine non ne potevo più e l'ho mollato. Scrittura modesta, copione già visto in centinaia libri simili: il segreto, il rapimento, l'omicidio, i buoni ignari e via via consapevoli. C'è un limite a tutto. E non è puzza sotto il naso. Libri di questo genere ne ho letti, e non pochi. Solamente che avere l'impressione di aver già letto lo stesso testo è troppo fastidiosa, almeno per me. Amo i libri che danno nuove sensazioni, mondi diversi, prospettive impensate. Magari con il tempo ci riproverò. Forse. Ma adesso ho poco tempo per leggere. E sprecarlo con un libro che non mi trascina via con sé non lo trovo giusto. Perché ogni lettore ha il diritto di abbandonare la lettura di un libro senza sentirsi in colpa.

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