venerdì 23 novembre 2012

Il senso del raccontare: morire a quindici anni e l'insensatezza delle parole




Già da ieri girava sui network la notizia del suicidio di un ragazzo di Roma, quindicenne stravagante, forse gay. Questa mattina la notizia sui giornali e la contestazione al fatto che il suicidio non era frutto di omofobia o bullismo. Fate un giro in internet e troverete un gran chiasso su "la causa omosessuale crea esagerazioni nelle notizie" oppure "l'omofobia imperversa". La mia verità? In Italia parliamo delle cose solo quando ci scappa il morto. La verità sentita? Giovani che sono infastiditi se vedono una bianca e un nero bacarsi per strada. La verità sincera? L'ignoranza mi fa paura e la volontà di non superare questa ignoranza ancora di più.
Il problema di questo e altri episodi è il modo in cui si raccontano le cose. E' vero che i libri sono considerati lunghi e noiosi, ma le notizie sui giornali, le comunicazioni brevi e pratiche non sono sufficienti a raccontare i disagi, a insegnare alle persone l'accettazione dell'altro, a spingere verso la consapevolezza di se stessi e di chi ci sta vicini. Penso a Pasolini, Woolf, Tondelli e a tanti altri. Penso ai genitori di questo ragazzo, e alle persone che gli volevano bene. Penso che al suo posto poteva esserci mio figlio, mio nipote, mio fratello, io. Fermiamoci. Leggiamo. Pensiamo.

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