mercoledì 26 aprile 2017

Non tutti i lettori sono buoni

C'è un dibattito indiretto particolarmente sottile tra lettori e non lettori. Leggere appare un merito, e, forse, lo è. Spesso la non lettura parte dalla mancanza di sforzo a iniziare. Questo è un dato di fatto. Ma i problemi nascono quando i lettori vengono considerati, o si considerano, migliori dei non lettori. Quando si dice "migliori" non si fa riferimento alle capacità cognitive, a un punto di vista etico e morale. E qui si manifesta l'errore più grande. Certamente, essere lettori fornisce delle opportunità aggiuntive. Se non credessi in questo assioma, sarebbe insensato per me lavorare con la Biblioterapia. Ma riguardo il valore morale dei lettori, mi permetto di dissentire. Se guardiamo ai cattivi della storia, frequentemente si tratta di persone colte, spesso erano lettori proprietari di ricche biblioteche. Adolf Hitler ha scritto un libro ed era pure un pittore (per quanto mediocre). I dittatori che leggevano, alternando saggi, romanzi e pure la lettura della Bibbia, abbondavano. Leggere è un mezzo potente, ma il suo utilizzo e i risultati non sono scontati. Leggere, e solo leggere (attività che mi piacerebbe tanto fare), non è da sola un'attività sufficiente a generare coscienze integre. I messaggi che i libri sono in grado di traghettare possono essere, se non negative, quantomeno ambigui. Ad esempio, il razzismo è stato spesso legittimato attraverso scritti che teorizzavano a suo favore. Il romanzo La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe è un esempio di stereotipo utilizzato per edulcorare lo schiavismo, e quindi avvallarlo. Ma anche chi legge buoni libri può essere malvagio e quindi la lettura non può da sola essere considerata generatrice di bene.
Forse è proprio perché la potenza dei libri è così forte che non possiamo considerare la lettura buona di per sé. Ognuno di noi decide come utilizzarla: volgerla verso un obiettivo positivo sta in noi. 

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