domenica 13 settembre 2015

Quel che non ho goduto degli anni Ottanta



Scrivo mentre le palpebre si stanno chiudendo, dopo una notte di lavoro: mi premio con la lettura di qualche articolo su internet e lascio che la coscienza, resa disinibita dalla stanchezza, elabori i concetti. Su Internazionale ho trovato un articolo (che potete leggere qui) di Giorgio Fontana che parla di Piervittorio Tondelli e dell'influenza che ancora esercita attraverso i libri da lui scritti. Sarà la stanchezza, oppure il fatto che di Tondelli ho letto solamente Camere separate e una parte di Altri libertini, ma non riesco a seguire il filo dell'articolo. Non capisco l'effettivo influsso che i diversi romanzi possono avere su di noi. Mi sembra la descrizione di quadri fatta da guide museali che, anziché semplificarne il significato, lo complicano. Di tutto quello che ho letto, la cosa che veramente ho capito è che degli anni Ottanta mi sono perso non poche cose. Quella era la seconda decade della mia vita, quel tratto di esistenza che ti porta a trasformarti da ragazzino a uomo, passando attraverso il tunnel buio e tortuoso che è l'adolescenza. Seppur già lettore appassionato, non mi occupavo dell'evoluzione culturale in quegli anni: oggi so che molto stava arrivando e molto stavamo perdendo. Stavano arrivando autori come Tondelli, per l'appunto, e Andrea de Carlo, rappresentanti di una generazione nuova di scrittori, giovani e disillusi, com'era anche la loro scrittura. Dal Giappone giungevano i primi lavori di Murakami e Yoshimoto e dal Regno Unito Ken Follet macinava un best-seller dietro l'alltro: mica cinciscaglie. Stavamo perdendo gli autori di una tradizione lunga e importante, testimoni del periodo più buio della nostra storia e del suo riscatto: nel 1985 moriva inaspettatamente Calvino e, dopo due mesi,  Elsa Morante.
Qualche anno prima ci lasciava Eugenio Montale; un anno dopo Calvino, fu la volta di  Maria Bellonci e nel 1987 di Primo Levi. E io non mi sono accorto di niente. Se penso a quello che mi sono perso, soffro.
Poter vedere le idee nascere non è la stessa cosa che studiarle successivamente. Vivere, quando ancora sono in vita certi grandi della letteratura, ti lascia incisa nell'anima la taratura della loro grandezza. La sofferenza di veder scomparire menti eccelse aiuta a crescere a maturare culturalmente. Credo che sia per tutta questa mancanza che l'articolo di Fontana fatico a capirlo. Mi rendo conto che quei libri se li sarà studiati per bene prima di scrivere il pezzo. Ma è un pezzo privo di passione. Si percepisce che anche lui non ha vissuto quel periodo e il relativo fermento culturale. E appare chiaro che neppure è stato toccato nel profondo dalla letteratura di Tondelli. I libri che ti cambiano, vivo o morto che sia l'autore, ti fanno esprimere in ben altro modo. Studiare e leggere sono due cose diverse. Forse per i più non è così, ma devo fare una confessione: per me la letteratura senza passione non ha senso.

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