venerdì 10 luglio 2015

#LibriNonArmi

In occasione dei suoi diciotto anni, il premio Nobel Malala ha lanciato una nuova campagna di sensibilizzazione: date ai bambini libri, non pallottole. Immediatamente i social si sono mobilitati, dando vita all'hastag #LibriNonArmi, che ha prodotto notevoli frutti. Se andate su Twitter troverete riflessioni davvero interessanti, sintomo di una comunità di lettori che ama questo genere di slogan, capace di coagulare tanti interessi letterari diversi sparsi su un'idea comune. E che solleva una questione: riusciranno mai i lettori a occuparsi di politica? La distanza che esiste tra cultura e mondo politico è ormai abissale. Di più: ormai politica fa rima con ignoranza. E per chi è abituato a maneggiare libri, anche al nostro livello, quello di semplici lettori, anche solo pensare di occuparsi di politica fa temere di insudiciarsi le mani. E non a torto. L'idea di Malala, quella di utilizzare concetti ristretti in slogan, è un modo per parlare dei problemi del mondo, di incidere sul cambiamento attraverso l'influsso che la nostra cultura può fornire. Eppure rimane un vuoto istituzionale: quello che gli intellettuali, a tutti i livelli, dovrebbero occupare. Utopia immaginare persone colte, magari non provenienti solo dalle classi sociali più alte? Forse sì. Io stesso rifuggo la politica, non fa per me. A volte mi chiedo se sia colpa dei libri. Se posso vivere di sensazioni positive, di mondi da esplorare, perché dovrei entrare in un universo di arrivismo, corruzione, odio? Chi mi fornisce i mezzi per sopravvivere in mezzo agli sciacalli? E voi, avete mai riflettuto sulla vostra coscienza politica di lettori?

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