domenica 29 marzo 2015

Filosofia spicciola sui roghi di libri

Bruciare i libri è sbagliato sempre o solo in alcuni casi? Mi chiedo se qualcuno ci ha pensato vedendo oggi, a Milano, il tentativo fallito di Forza Nuova di accendere un rogo con i libri considerati dannosi in quanto destinati a spiegare ai bambini l'omosessualità. Tralascio la questione in sé e mi soffermo a parlare di libri bruciati. In realtà un rogo non credo sia molto diverso dalla censura. Certamente il rogo ha un significato simbolico molto più forte. Ne sa qualcosa il nazismo, ma non meno la santa inquisizione. Io credo che i libri vadano, invece,  letti, possibilmente tanti, magari di autori differenti e con idee diverse. Diverse anche dalle nostre. Potremo giudicarle sbagliate, interrompere la lettura, evitare da quel momento in poi l'autore tanto odiato. Ma solo allora potremo inziare a farci un'opinione, scambiandola magari con qualcuno che la pensa come noi o diversamente da noi. Sapevate che il "Mein Kampf" di Adolf Hitler, che per decenni era proibito divulgare, ha ricominciato a essere stampato? La decisione è stata discussa e sofferta, ma poi è prevalso il pensiero critico e libero, la necessità che le persone sentissero l'orrore di quelle idee e non che altri decidessero per loro. Lisen, la protagonista di "La bambina che salvava i libri" (oggi rititolato "Storia di una ladra di libri") di Markus Zusak, riceve in regalo il "Mein Kampf" con le pagine pennellato di bianco per permetterle di scriverci sopra. Mi sembra la metafora ideale per capire che, in diversi modi, i libri sono sempre utili e importanti, in un modo o nell'altro. E bruciarli non è giusto in nessun caso.

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