sabato 31 gennaio 2015

Seghe mentali sul romanzo filosofico




Nel preparare un incontro in cui lo strumento è il romanzo filosofico mi chiedo: come andare oltre i testi definiti "filosofici" per definizione? Quale criterio utilizzare per scegliere i libri da utilizzare? "Candido" di Voltaire è un romanzo filosofico, il primo, così come lo sono "Le Recherche" di Proust e "Il castello" di Kafka. Sugli scritti di Hermann Hesse cominciano i disaccordi. E molti altri rimangono inclassificati perché non presi in considerazione. Più recente è Erich Emmanuel Schmitt, che filosofo lo è per formazione, si auto definisce tale, ma la critica non è chiara, mentre su "Il mondo di Sophia" di Gaarder e "Le lacrime di Nietzsche" di Yalom non ci sono dubbi, poiché trattano inequivocabilmente di argomenti filosofici. Nasce un dubbio. I trattati ci dicono che il romanzo filosofico trasmette concetti attraverso il divenire del personaggio letterario, che può arrivare, con le proprie vicende, a far elaborare al lettore un pensiero filosofico inedito: allora perché molti libri contengono questa funzione, ma non sono classificati come "filosofici"? Se vogliamo essere puntigliosi: quando un romanzo è filosofico e quando è psicologico? Sono effettivamente scindibili questi due generi? Nel dubbio che siano solo "seghe mentali" dal troppo studio, passo alla lettura di un bel romanzo storico: almeno qui sono su un terreno sicuro.

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